Scomparsi a Urbino

Scomparsi a Urbino

thriller, 2008

In una cupa e misteriosa Urbino, l’ispettrice Claudia de Angelis è stata incaricata di indagare sulle scomparse di studenti universitari. Ancora traumatizzata dalla morte del suo compagno, vive ambiguamente la presenza di un’ombra nera e incrocia la vita di giovani lontani dalla dimensione goliardica.

Sono sospesi tra il timore del futuro e il disagio per il presente e in n cerca di punti di riferimento che trasformino il senso di vuoto in un evolutivo sentimento del tempo e della vita. Sotto l’eco di un urlo e alla luce fioca della luna in un cielo graffiato dai rami di un albero, si snoda la vicenda intervallata da incursioni filosofeggianti e che assume i caratteri di una sceneggiatura di un film noir in bianco e nero.


Primo Capitolo

Il tempo passa, trascorre inesorabile. Qualcuno dice che aiuti a rimarginare certe ferite, a chiudere porte che proteggono pezzi di vita, a crescere, a superare gli ostacoli e c’è chi invece nega la sua esistenza. Non esiste... ma dobbiamo comunque far presto perché è sempre tardi, perché ogni nostra azione quotidiana è scandita dalla convenzionalità pressante e necessaria di un orologio.

Passato, presente, futuro, una scansione assoluta di cui è vittima la vita, cui vorremmo spesso sfuggire, che grava su di noi e sfreccia davanti ai nostri occhi. Ci sono momenti della nostra vita in cui siamo piantati, fissi in un punto, legati, senza più forza per continuare, in cui crediamo che il futuro non abbia luce, che la speranza sia solo un’illusione, una bugia e il passato solo un ricordo, grigio, di ombre e fumi evanescenti.

[read more="Leggi tutto il capitolo" less="Leggi meno"] Il tempo annulla, stanca, blocca, ci consuma e cambia... scandisce il flusso vitale che ci fa esistere, a tratti dà forza e porta con sé coraggio ma anche dolore. Nell’esistenza di ognuno, nei momenti di svolta accade qualcosa, un evento regalato dal tempo può dare la spinta, far crescere, oppure dissolvere tutto ciò che era prima, come terra sotto i piedi restando sospesi. Nei luoghi senza tempo, negli spazi infiniti di un cielo graffiato da rami neri illuminati soltanto dalla triste e sfocata luce riflessa della luna... un unico suono nella notte... un urlo. Un ramo spicca tra gli altri e con esso un corpo vacilla, appeso, lento come un metronomo, scandisce il tempo che più non gli appartiene, così gocce di sangue penetrano il terreno ad alimentare le radici tentacolari e ruvide della pianta. Tic, tac, tic, tac, tic, tac, driiiiiiiiinnn!!!... una sveglia annuncia l’inizio di una nuova giornata . «Dannata sveglia, puoi suonare quanto vuoi...» sussurra una voce da una testa che si nasconde sotto il cuscino. Dal letto affianco una seconda voce traduce in parole gli squilli della sveglia: «Dai, alzati o farai tardi come al tuo solito... e poi almeno io potrò continuare a dormire...» «Già, tu hai lezione alle 10 il lunedì mattina...» La stanza è buia, un solo sospiro, quello di chi si sveglia e apre gli occhi, la voglia di restare nel letto contro la spinta di quell’energia che deve vivere, camminare, agire. Elisa finalmente si alza diretta in bagno annusando l’odore di caffè proveniente dalla cucina, che Angela puntualmente prepara per entrambe. «Angela, se non ci fossi tu! Ma come fai a... ma che hai?» La ragazza non mostra un’espressione serena e versando il caffè in due tazzine di vetro trasparente si rivolge all’amica: «Siediti. Ho appena sentito alla radio che un ragazzo che studia qui è scomparso da quattro giorni... e credo tu lo conosca.» «Che cosa stai dicendo?» domanda Elisa mettendo i suoi soliti tre cucchiaini di zucchero nel liquido nero, come fosse una medicina nociva e amara. Angela continua: «Lo hanno descritto alto, con i capelli a spazzola, occhi verdi e una voglia sul collo... si chiama Andrea Castelli.» «Ma è il ragazzo che mi ha presentato Enrica!» esclama Elisa. «Ieri mi diceva che non s’è fatto più sentire...» Angela commenta sorseggiando il suo caffè amaro: «È da più di un mese che quel nome è sempre sulla sua bocca, ora come glielo diciamo...?» Elisa risponde senza esitazione: «Sentirà la radio...» «Sei la solita! Non vorrai che lo sappia così?...» ribatte Angela alzandosi dalla sedia. Anche Elisa si alza e rassicura Angela: «Ma dai, sto scherzando... a pranzo glielo diciamo insieme.» «Ok, speriamo non lo sappia prima di allora. Su, finisci il caffè e andiamo!» Il cielo è plumbeo, l’aria è fresca e un venticello sfiora il viso degli studenti diretti all’università, dove oggi la notizia che circola in fretta è una sola. «Ciao Angela! Hai saputo di quel ragazzo?» domanda la voce più vicina distinguendosi tra le tante confuse nel brusio dell’aula. Intanto Angela sta controllando la sua agenda e subito risponde: «Sì, ma non lo conosco. Una mia amica sì... tu cosa sai?» La collega avvicinandosi: «Fino a tre mesi fa abitava di fronte a casa mia, poi se n’è andato senza dare spiegazioni... era uno tranquillo, simpatico ma negli ultimi tempi si era chiuso in sé e non parlava più con nessuno e non si è più visto.» «Io sapevo che stava ai collegi...» Angela sembra scovare un ricordo tra i suoi pensieri. «Arriva il prof!» esclama la ragazza con lo sguardo rivolto verso l’ingresso dell’aula. È pieno autunno nella città di Urbino, adagiata su due colli dai quali si gode un vasto panorama di verdi colline e maestose montagne. Un senso di chiusura e di isolamento vibra ovunque nonostante la folla che si muove in ogni via del centro storico, racchiuso tra mura bastionate di mattoni cotti. Un tuono, una folata di vento porta le prime gocce d’acqua sulle strade e su piazza della Repubblica, luogo d’incontro abituale degli urbinati e degli studenti. Angela ha trascorso tutta la mattinata in facoltà, estrae un ombrello dalla borsa e lo apre, rosso come il foulard che le avvolge il collo, scruta il cielo, cupo e coperto da nuvole scure. Le passa accanto un ragazzo senza ombrello, con un berretto celeste e una giacca a vento blu: «Alessandro! Facciamo la strada insieme, vieni...» «Ciao! Grazie. Visto che tempo?... Dovremo rinunciare alla corsa pomeridiana...» «Già... pensavo te ne fossi dimenticato!» commenta Angela. «Ma come?» «Comunque non posso venire neppure a mensa... pranzo a casa,» gli dice Angela con un’aria preoccupata. «È successo qualcosa? Hai una faccia...» Angela si chiede se il suo amico sappia qualcosa e prova a scoprirlo: «Conosci Andrea Castelli?» «L’amico di Enrica?» «Sì.» «Quello scomparso!» «Fino a questa mattina Enrica non ne sapeva niente. Elisa ed io vorremmo dirglielo...» «Ho capito, ma se è uscita l’avrà saputo di sicuro... io sono arrivato.» «Allora, ci sentiamo.» «Ok, per qualsiasi cosa sai dove trovarmi. Ciao!» Angela guarda ancora per un po’ Alessandro allontanarsi verso la mensa, poi riprende a camminare diretta a casa. Elisa è nel corridoio: «Angela! Finalmente... Enrica è in cucina, non è andata all’università, sai le hanno spostato la lezione e...» Un dubbio improvviso assale Angela: «Niente?... ok, andiamo.» Enrica è ai fornelli, le sue amiche si avvicinano mentre foglie bagnate e gialle spinte dal vento e dalla pioggia s’incollano sul vetro della finestra. «Enrica, dobbiamo parlarti.» Enrica mostra un sorriso sereno: «Sì, cosa c’è? Guardate che il bagno l’ho pulito io giacché sono rimasta a casa, ah forse la spazzatura...» «No... si tratta di una persona...» «Che c’è?» domanda Enrica perdendo qualche millimetro del suo sorriso. «Sai, quel tuo amico, Andrea... non lo hai sentito più perché... ecco anche altri non l’hanno più visto, pare sia scomparso...» Enrica agitando le mani: «Ma cosa stai dicendo?» «L’ho sentito alla radio e in giro non si parla che di lui... preferivamo lo sapessi da noi.» «Sarà partito, non è mica di Urbino!» «Non si tratta di voci...» Enrica pare non voglia saperne di questa che per lei è solo un’inutile e stupida supposizione: «È assurdo... mi dispiace ma non ci credo!» Angela le poggia una mano sulla spalla: «Lo sappiamo ma...» «Vedrete, tornerà e se non mi ha più chiamata è perché non vuole sentirmi, sta bene... su mangiamo!» Nel pomeriggio Enrica e Angela sono uscite a fare la spesa. Quel tempaccio persisteva e hanno deciso di fermarsi al bar, la radio è accesa e una voce femminile ripete la stessa notizia ascoltata da Angela quella mattina, notizia che anche Enrica può sentire con le sue stesse orecchie. Impallidisce, lo sguardo è fisso nel vuoto, ma tace. Tornata a casa si chiude in camera. «Allora, ha saputo?» s’informa Elisa. «La radio al bar... ma almeno ora ci crede.» «Hai dimenticato il cellulare a casa, prima ho sentito che squillava.» Angela entra in stanza, posa la borsa sulla scrivania e si siede sul letto: «Alessandro, ho visto ora la chiamata. Tutto bene... sì, teoricamente... sì, l’ha saputo e credo che non usciremo questa sera... no, resteremo con lei. Certo... a domani, ciao!» Il suo corpo cade disteso, la testa sul cuscino e gli occhi al soffitto. [/read]

‘Un romanzo nasce da un’energia interiore fatta di ricordi e osservazioni esterne, dai momenti quotidiani e dall’ascolto. Nasce da un’esigenza vitale, come mangiare e dormire.’

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